Novecento : L'Affare GLADIO

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Novecento: l’«affare» Gladio

FONTE : liberoreporter.it (articolo di Mirko Crocoli)

“Una struttura voluta ed approvata dalle massime Autorità Governative e politiche dell’epoca che doveva restare occulta a tutti eccetto agli addetti ai lavori, costituita soprattutto da civili volontari amanti della Patria e della sua Libertà, disposti ad entrare in azione in supporto alle FF.AA. nel caso un esercito nemico avesse invaso in toto o in parte il Paese”(Generale P. Inzerilli – comandante Gladio dal ’74 all’86)

 

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Quando si parla di gladiatori la mente va subito agli antichi combattenti delle arene romane; tra scudi, spadoni e tigri incatenate. Nel secolo scorso, a distanza di 2 mila anni, sembra siano tornati, con lo stesso nome, ma con funzioni e prerogative ovviamente diverse. Non schiavi questa volta ma servitori dello stato. Non prigionieri degli Imperatori ma “prescelti” dalle istituzioni. Non alle dipendenze del governo di Roma ma del comando Nato in Europa e addestrati dai servizi segreti militari.

Civili, provenienti da ogni parte d’Italia e alcuni di essi ex combattenti durante la resistenza nella seconda guerra. Tanto si è parlato dell’operazione GLADIO e dei suoi uomini. La stampa negli anni novanta ha contribuito ad alimentare le polemiche e il governo Italiano si è reso responsabile sia del suo scioglimento sia, cosa ben peggiore, della sua divulgazione. Alle metà degli anni cinquanta il nostro servizio d’intelligence Sifar con a capo il Generale Giovanni De Lorenzo e la Central Intelligence Agency (CIA) siglano un accordo bilaterale atto a costituire un gruppo paramilitare “TOP SECRET” con funzioni di difesa dei confini territoriali in caso d’invasione del “Blocco di Varsavia”. Nascono in molti paesi dell’Europa occidentale (Grecia, Portogallo, Germania Ovest, Francia, Belgio e in Italia) le cosiddette Stay-behind (stare dietro). Ogni nazione deve attribuire a questi piccoli ma agguerriti eserciti un nome in codice, e nel “bel paese” si decide di assegnargli il nome GLADIO. Pochi uomini ma scelti in base a certi precisi criteri attitudinali e soprattutto, cosa più interessante, non militari. Persone “comuni” scelte in mezzo a tante altre ma con delle peculiarità specifiche:  la conoscenza del territorio, la fedeltà alla bandiera e un alto senso della Patria. Lo stemma di riconoscimento è raffigurato da spada corta a due lame che spesso usavano proprio i combattenti nelle arene, con il motto  “Silendo, libertatem, servo” - in silenzio servo la libertà -.
Si è poi scoperto con le inchieste e dopo l’apertura dei fascicoli che i Gladiatori italiani erano 622 e la maggior parte di essi dislocati in Friuli Venezia Giulia, nei pressi di Trieste, strategica linea di confine con l’ex Jugoslavia.

Infatti è proprio questa Regione a detenere il numero più consistente di “adepti” con 251 unità su 622. La valle d’Aosta contava su 1, il Piemonte 45, la Liguria 9, la Lombardia seconda dopo il Friuli a quota 98, il Trentino 29, il Veneto 51, l’Emilia 20, la Toscana 2, le Marche 1, il Lazio 25, l’Abruzzo 2, la Campania 17, la Calabria 4, la Puglia 6, la Sicilia 11 e la Sardegna a quota 50. Per quasi quarant’anni l’operazione Gladio è stata sotto il controllo dei servizi Sifar, Sid ed infine Sismi. Gli istruttori e i vertici di comando rigorosamente militari, e la base di addestramento sita in Sardegna, a Torre Poglina, ampio terreno fatto costruire a spese della CIA e quartier generale anche del CAG (Centro Addestramento Guastatori). Cominciano dunque gli arruolamenti, dalla sua costituzione, per i decenni successivi e fino alla metà degli anni ottanta. Saper sabotare, saper maneggiare armi, esplosivi, capacità di guerriglia, spionaggio, con lo scopo primario di tenersi pronti per una eventuale invasione. E’ l’Unione Sovietica il nemico pubblico numero uno e a seguire la Jugoslavia di Tito. In caso di primi attacchi e superamento delle linee di confine, gli uomini di GLADIO dovevano bloccare vie d’accesso, ponti, ferrovie e tentare un primo accenno di sbarramento al nemico, aspettando l’arrivo delle truppe “Alleate”. Nelle ultime dichiarazioni, l’ex comandante Generale Inzerilli, paragona e accomuna l’operazione e il gruppo, alla resistenza durante il secondo conflitto, quello contro la Germania Nazista. Potevano disporre di armi, esplosivi, detonatori e mezzi radio occultati nei 136 depositi sotterranei, chiamati in codice NASCO, ma anche del velivolo Dakota C47 denominato Argo 16 e di vari canali di supporto tra una squadra (rete) e l’altra. Tra i 10 comandanti che si sono susseguiti per l’intero arco della sua operatività, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta è proprio l’ex Colonnello, ora Generale di Corpo d’Armata, Paolo Inzerilli, ex capo della VII divisione del Sismi a detenere il lungo comando con ben 12 anni, sotto le direttive del capo del servizio, l’ammiraglio Fulvio Martini (l’eroe di Sigonella). L’affare GLADIO esce allo scoperto nel 1990, dopo le rivelazioni di Giulio Andreotti al parlamento, ma già dagli anni settanta, in alcune occasione se n’era parlato. La strage di Peteano del 1972, in cui morirono 3 carabinieri, segna l’inizio delle prime inchieste. Il titolare delle indagini è il PM veneziano Felice Casson poi coadiuvato da Carlo Mastelloni, i quali avviano una lunga procedura di richieste di deposizioni ed interrogatori nei confronti delle più alte cariche dei “servizi” dell’epoca. Due le gole profonde che cominciano a gettare “ombre”  sulla segretissima operazione: il primo è l’ex capo del controspionaggio del Sid (Servizio informazioni difesa), il Generale Gianadelio Maletti e il secondo è il colonnello Pasquale Notarnicola, direttore 1 divisione Sismi. Maletti prima e Notarnicola poi, parlano di strutture “parallele” a quelle ufficiali nelle mani dello Stato, di oltre 100 depositi e di situazioni poco chiare che mettono in allarme la magistratura. Non si fanno ancora nomi precisi, ma ai primi sospetti la procura veneziana comincia ad attivare le procedure d’inchiesta nei confronti del Sismi.

Viene arrestato il terrorista Vincenzo Vinciguerra, reo confesso proprio della strage di Peteano che, in una delle sue deposizioni, usa strani termini, prima di allora poco conosciuti. “Guerra non ortodossa”, “quarta dimensione”, e soprattutto conferma anch’esso la presenza sul territorio di gruppi paramilitari di dubbia legittimità al servizio della nostra “intelligence”. L’ulteriore ritrovamento ad Aurisina (vicino Peteano), tra le boscaglie, di uno dei NASCO e degli accenditori a strappo per la detonazione, fanno gridare al complotto. Disinformazione totale anche in questo caso e gogna mediatica dirompente: “dall’estate del ’90 a quella del ’92 ha prodotto oltre 2.614 articoli sui quotidiani, senza contare quelli sui settimanali (circa 270). E’ stata quasi una gara a chi scriveva di più”. (Gen. Paolo Inzerilli, “Gladio – La verità negata”, Edizioni Analisi ).

Cossiga si indigna:I gladiatori sono stati additati al pubblico ludibrio dei patrioti. Brava gente che qualcuno ha tentato di confondere con stragisti, e questa è un’altra delle vergogne nazionali”… So tutto su Gladio: come era fatta e come non era fatta. Per filo e per segno. E quindi, quando ne parlo, ne parlo con perfetta cognizione di causa. E mi sono immediatamente sbracciato per garantire che era una cosa perfettamente lecita, anzi doverosa, e senza doppi fondi, esponendomi in prima persona

Anche se l’ex direttore Cia William Colby ne parla sul suo libro uscito nei primi anni ottanta, e nonostante le clamorose deposizioni di Maletti, Notarnicola e Vinciguerra, ancora gli elementi non sono maturi per dare una concreta chiave di lettura all’intera questione. La procura, alla fine di una lunga indagine, e dopo aver posto sotto sequestro i tanto “desiderati” archivi, mette in stato di accusa e cita in giudizio Inzerilli, Martini e Invernizzi, i quali, dopo dieci anni di processi, la Corte d’Assise d’Appello di Roma li assolve per non aver commesso il fatto e anche perché il fatto non sussiste. A loro vengono attribuiti i reati di soppressione, occultamento o distruzione della documentazione concernente i rapporti con i centri periferici e altro materiale documentale. Nulla di fatto, la Gladio non ha colpevoli ne responsabili e soprattutto non ha nulla a che vedere con il fenomeno dello “stragismo”. Tante e svariate le sfaccettature sulla vicenda negli 11 anni di coinvolgimento giudiziario. Lo Stato, nella persona del Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti tradisce i Gladiatori, portando alla ribalta una realtà europea non solo legittima ma legittimata dalla Nato e dai governi occidentali. Traditi i militari, tradito il Sismi, traditi i vertici, traditi i 622 civili “gladiatori” e soprattutto la Nazione, davanti agli occhi del mondo.

Il 26 febbraio 1991 il “divo” Giulio trasmette la relazione ufficiale sulla vicenda al parlamento e, per quanto discolpante nei confronti dei militari e dei civili coinvolti, non arresta il “circo” che si era creato attorno alla vicenda.

Gli innocenti pagarono un prezzo altissimo, mentre i veri colpevoli della famosa “guerra non ortodossa” non vennero mai alla luce. Per molti, soprattutto per i personaggi coinvolti, la “luce” su GLADIO fece da paravento ad altre discutibili organizzazioni, tra le quali gli NDS (Nuclei difesa dello Stato), l’Anello o altre che riposano nei silenzi dei palazzi. Di sicuro i cosiddetti “Leoni”, come spesso avviene, furono sacrificati dai soliti “Agnelli”. 622 “delfini” pronti a combattere, a fermare il nemico, ad eseguire gli ordini, votati all’addestramento costante e intensissimo. Macchine da guerra istruite alla perfezione in caso d’assalto nemico, che a quanto pare, non sembra esserci mai stato! Un “gruppo” d’ELITE poi sciolto; un vero “patrimonio” perduto dopo il ‘90, spinto dall’amor di Patria, che Francesco Cossiga e alcuni dei vertici militari volevano mettere a disposizione anche contro la criminalità organizzata. Idea purtroppo svanita nell’oblio tipicamente nostrano.

Mirko Crocoli