Chi voleva Moro morto - illazioni e presunte verità
Fondo nero, parte la registrazione, un brigatista avvisa al telefono il professor Franco Tritto che Moro è morto e dov’è il cadavere. Il 9 maggio 1978 il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani a Roma mise una pietra tombale sulle possibilità di vedere il Partito comunista italiano al governo e su chissà quali altri sviluppi. L’onorevole democristiano che aveva ipotizzato il “compromesso storico”, il politico rapito in via Fani il 16 marzo dalle Brigate Rosse, in 55 giorni non era stato salvato.
Troppi non avevano voluto salvarlo. “Sequestro Moro, sentenza di morte” è il film inchiesta in edicola con l'Unità a partire da lunedì 9 maggio, a 7,90 euro più il quotidiano. Nel 33esimo anniversario dal ritrovamento del cadavere in una Renault 4 rossa a poca distanza dalle sedi della Dc e del Pd ancora oggi siamo lontani dalla verità. Più che una ricostruzione dei fatti, con la regia del regista-giornalista Franco Fracassi e una sceneggiatura serrata “Sequestro Moro” scava, racconta le ombre, perché troppi non volevano salvare la vita dell’onorevole. Con una sceneggiatura incalzante, il film si affida a interviste a chi non si è fermato al piano delle apparenze e impagina ricostruzioni animate. Come quella dell’attacco terrorista la mattina in via Fani: in bianco e nero, nitida, tagliente, l’animazione mostra chiaramente come l’auto di Moro fu vittima di un agguato in cui non c’erano solo i brigatisti, che gli oltre 90 colpi che uccisero la scorta furono sparati anche da qualcun altro mai scoperto, come a quell’incrocio stazionasse un uomo misterioso la cui identità è a tutt’oggi sconosciuta. Servizi segreti italiani e stranieri, intrighi, parte della stampa diretta in quel periodo da personaggi legati alla P2, chi erano davvero i brigatisti e le brigatiste, il film scava e permette di farsi un’opinione, un’idea, di mantenere la coscienza vigile. “Moro fu rapito per non essere salvato – osserva Fracassi, già autore del documentario “Le Dame e il Cavaliere”, di inchieste e reportage – Da quando fu progettato il suo rapimentoera implicito che non si sarebbe salvato, nessuno lo voleva vivo. E da un certo momento, quando arrivò il falso comunicato fatto da che indicava il lago della Duchessa, nemmeno le Br lo volevano vivo: capirono che non era più merce di scambio. E quel comunicato lo fecero proprio per questa ragione Servizi segreti italiani e americani”. Secondo il regista-giornalista, troppi lavorarono perché Moro tornasse cadavere: “Non lo volevano vivo i nostri servizi, quelli americani, tedeschi, russi, il Mossad, parte dei nostri politici. Gli unici che hanno provato a far qualcosa sono stati la banda della Magliana, Cosa nostra e la camorra, che è la follia più totale. Da questo documentario emergono tante cose: come il fatto che i criminali furono fermati dai servizi”. Un coacervo di manovre e interessi che oltrepassava i confini. Allora il mondo era diviso tra Occidente e Oriente, la Cortina di ferro pesava. “Il sequestro è stato un affare internazionale, non solo italiano. Moro voleva dire il Pci al governo – ricorda il regista – Questo non lo volevano gli americani ma nemmeno i sovietici perché significava modificare gli equilibri e temevano che nell'Europa dell'est allora molti avrebbero potuto fare rivendicazioni. Né dimentichiamo che il Pci aveva già rotto con Mosca e che Berlinguer aveva subito un attentato a Sofia. Gli israeliani non volevano quel governo perché Moro era filo-arabo: quindi tantissimi in giro per il mondo avevano interesse al rapimento e alla sua morte”. Il film affronta una delle questioni cruciali e mai chiarite. Come la delegittimazione della figura di Moro rapito, con chi diceva “non è più lui”. I misteri su quanto del suo memoriale è sparito. E le Br. Chi erano i brigatisti? Erano diretti e/o lavorarono al servizio di qualcuno? Infinite stranezze non spiegano come mai non furono trovati. Come mai la polizia non entrò mai in un covo dove Moro era prigioniero pur bussando alla porta. “Br eterodirette? Il loro capo, o almeno definito tale, Moretti viveva in un palazzo dei servizi segreti in una via dei servizi, via Gradoli, veniva da un gruppo di persone che erano dei servizi segreti. Era un agente dei servizi cecoslovacchi? Un agente doppiogiochista tra est e ovest?” Fracassi non crede a Moretti e brigate rosse autonome. “Sostenne di uccidere moro, un agente non decide per sé ma esegue ciò che gli viene ordinato”. Il film filtra ricostruzioni e ipotesi già formulate. “Secondo i magistrati non c'era un solo brigatista che non fosse anche agente di qualche servizio segreto straniero, secondo le br e altri quei terroristi erano invece 'ingenui', diciamo così. Nel film cerco di mantenere una posizione equilibrata perché esiste un margine di dubbio, per quanto per me questo margine di dubbio sia risibile”. “Sequestro Moro” imbocca una strada diversa dal documentario storico. Non mostra immagini d’archivio né di repertorio. Animazioni, fumetti, impaginazioni grafiche stile reparti d’indagine scientifici … “Abbiamo voluto fare un documento didattico perché tanta gente non sa, abbiamo pensato ai giovani con un taglio quasi da cartoni animati, in certi passaggi guardando a Matrix, anche se siamo lontani anni luce dal film. Abbiamo cercato di dare un ritmo forte a un film fatto quasi esclusivamente di interviste”. Gli intervistati sono il giudice e scrittore Giancarlo De Cataldo; Rosario Priore e Ferdinando Imposimato, giudici istruttori del processo Moro; Sergio Flamigni, membro Commissione parlamentare d’inchiesta Moro; Ansoino Andreassi, ex funzionario della Digos; Giovanni Pellegrino, Presidente Commissione parlamentare stragi; i giornalisti Giovanni Fasanella (autore del libro “Intrigo Internazionale”), Sandro Provvisionato (autore del libro “Doveva Morire”), Annibale Paloscia (capo-redattore cronaca dell’agenzia Ansa nel 1978), Philip Willan (autore del libro “I burattinai”). “Sequestro Moro” segue, tra i film-documento distribuiti da l’Unità, “Sangue e cemento”, sul terremoto dell’Aquila (ovvero sulla mala-costruzione di edifici franati), arriveranno “Le stigmate e il denaro Padre Pio, business e miracoli” a giugno e “G Gate” sul G8 di Genova a luglio. Hanno prodotto questo film sul caso Moro Telemaco, Thalia Group, Netlords, Eidos Communication. Materiali su ilcasomoro.blogspot.com.
Fonte: L'Unitá - 6 maggio 2011
L'articolo, e probabilmente il film (che confesso di non aver visto, ma sul conto del quale mi affido alla recensione che l'articolo stesso ne fa ed alle dichiarazioni dello stesso regista) sono, a mio parere, un ottimo esempio di due pessime, ma purtroppo molto diffuse, abitudini tra quanti oggi fanno – o hanno la pretesa di fare - informazione e di raccontare la storia del nostro Paese. Parlo delle DIETROLOGIA e della DISINFORMAZIONE, due "arti" molto presenti nel nostro Paese, e che spesso rubano la scena alla veritá, o quanto meno a quella che -fino a prova contraria- é la veritá che tutti dovremmo accettare, perché consacrata da sentenze della Magistratura o analoghi e simili provvedimenti. Lo stesso autore dell'articolo afferma che il film NON é una ricostruzione dei fatti, bensí l'interpretazione soggettiva del giornalista -regista Fracassi delle ombre, dei dubbi, degli interrogativi che indiscutibilmente, ancora oggi, aleggiano sul "Caso Moro". Nonostante i molti processi celebrati e le molteplici "rivelazioni" provenienti dalla piú svariate fonti, certamente non tutto é ancora emerso su questa drammatica e sconvolgente vicenda della nostra storia e forse la completa veritá giammai verrá galla. Ma non é con un'opera come quella di Fracassi che si dá un contributo alla ricerca della veritá; qui siamo di fronte ad un esempio classico della volontá ad ogni costo di fornire la propria chiave di lettura, presentandola come "LA VERITA' CHE NESSUNO FINORA AVEVA OSATO DICHIARARE", una visione a senso unico, scaricando le responsabilitá prima di tutto sui soliti, eterni colpevoli – i servizi segreti, naturalmente in primo luogo quelli italiani e quelli americani-. L'autore del film ammette che lo stesso NON é un documento storico, ma pretende che sia didattico, soprattutto per i giovani che non hanno vissuto "gli anni di piombo". A mio parere non é presentando come veritá ipotesi e supposizioni non suffragate da alcun elemento concreto, che si insegna ai nostri giovani la storia della Repubblica. Forse sarebbe stato piú serio ricostruire la vicenda presentando quanto é stato detto, scritto ed emerso sulla vicenda, evidenziando contraddizioni, dubbi, episodi e particolari non chiariti, etc., e lasciare che lo spettatore traesse da solo le conclusioni che ritenesse piú giuste e corrette. Voler fornire al pubblico una veritá preconfezionata su misura dell'autore e', a mio parere, anche un'offesa all'intelligenza ed alle capacitá deduttive dello spettatore, ed ancor piú riprovevole é riportare questa dolorosa vicenda alle dimensioni fantascientifiche di un film - per quanto bello e affascinante nel suo genere –come Matrix.
Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Giugno 2011 17:55 Scritto da Roger Domenica 29 Maggio 2011 07:51





















